By Sara Bosco dicembre 11, 2015
Sono Sara, insegnante di taglio e, posate per un attimo le forbici, da oggi desidero partecipare anch’io al blog della Scuola di moda Vezza per trattare un argomento che mi sta molto a cuore e che fa parte di un mio progetto di ricerca: la storia della trasmissione del saper fare moda attraverso il corso del Novecento.

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Come si imparava il mestiere all’inizio del 900.

Le Caterinette

La trasmissione del saper fare moda non è sempre avvenuta tramite le scuole di taglio e cucito, o almeno non esclusivamente. All’inizio del Novecento e fino a tutti gli anni Sessanta, uno dei metodi più comuni per imparare il mestiere di sarta era quello di entrare in atelier ed apprendere sul campo.
In quegli anni il lavoro nelle sartorie era molto intenso in quanto farsi fare gli abiti su misura era l’unico modo per acquistare capi nuovi, almeno fino alla diffusione dei grandi magazzini. Quindi tutti coloro che potevano si facevano confezionare il proprio guardaroba presso i sarti e coloro che non potevano permetterselo cucivano i propri indumenti in casa o si facevano aiutare da una sartina, dato che molte di esse lavoravano a domicilio.

L’apprendistato avveniva quasi esclusivamente in sartoria, attraverso un periodo che durava anni, tramite il quale le ragazzine appena uscite dalla scuola elementare imparavano prima i rudimenti del lavoro e poi piano piano anche a rapportarsi con le clienti.
Il primo step per diventare brave sarte era quello di cercare di entrare come “ piccinina “ in una sartoria anche di modeste dimensioni. Le ragazzine in questione erano giovinette appena uscite dalla scuola elementare, cui venivano assegnati compiti facili e umili come quello di raccogliere gli spilli, fare piccole commissioni e passare i punti molli negli abiti appena tagliati.
Il secondo passaggio era quello di divenire aiutanti delle sarte, quindi essere ammesse a mettere in prova i capi per le clienti. Si iniziava con il “pesante”, termine con il quale si indicavano i capi dai tessuti più resistenti ed adatti ad essere maneggiati anche da mani poco esperte ( spesso disfare i cappotti da rivoltare o passare i punti mosca nelle paramanture erano lavori tipici delle sartine giovani) e poi si poteva passare al “leggero” , per ultima veniva la seta, vero campo di prova per le mani più esperte e delicate.
Le sarte giovani, soprattutto a Torino ma anche nel resto d’ Italia, venivano anche chiamate Caterinette dalla loro santa protettrice, santa Caterina.
In molte città il 24 Novembre, giorno dedicato alla santa, veniva indetto un ballo che diveniva occasione per una sorta di gara di moda durante la quale veniva eletta la più elegante fra le sartine.
L’ambiente di lavoro richiedeva molto impegno, dato che le ore da passare chine sul cucito erano moltissime, e spesso si andava ben al di là dell’orario ufficiale delle sartorie, ma forniva alle giovani un’occasione per imparare oltre all’arte del cucito anche il modo di rapportarsi con clienti altolocate e molto esigenti.
La carriera per diventare “sarta finita” era molto lunga, e le Caterinette rimanevano tali finché apprendiste, poi divenivano sarte ed alcune, particolarmente portate e dedite al lavoro, arrivavano fino alla qualifica ambitissima di première, ma di questo parleremo un’altra volta.
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Si laurea in Storia dell’Arte con una tesi sulle sartorie genovesi per poi intraprendere un dottorato di ricerca nell’ambito dei Fashion Studies. Presso la Scuola di Moda Vezza è docente di modellistica e sartoria e nel tempo libero partecipa al Blog con articoli sulla storia della trasmissione del saper fare moda attraverso il corso del Novecento.